“Sono una donna e rischio la vita ma quel che conta è il mio popolo”

Fawzia Koofi, 35 anni, vicepresidente del Parlamento afghano

Fawzia Koofi ha già rischiato di morire molte volte. La prima fu per mano della madre che, il giorno della sua nascita, la abbandonò sotto il sole cocente dell’Afghanistan – una figlia femmina da quelle parti è solo un problema – l’ultima invece fu l’anno scorso per la festa della donna, quando un commando di talebani assaltò l’auto su cui viaggiava con le sue due figlie e le guardie del corpo. Dal primo tentativo di sopprimerla all’ultimo sono trascorsi 34 anni durante i quali l’attuale vicepresidente della Camera afghana è riuscita a insegnare inglese, laurearsi in Legge, sposarsi, diventare madre e vedova.

OGGI A 35 ANNI la signora Koofi debutta come scrittrice. In questi giorni è uscito il suo primo libro intitolato Lettere alle mie figlie. Shuhra e Shaharzad, che accompagnano la madre nel suo viaggio di lavoro in Italia, anagraficamente sono ancora bambine ma conoscono già molto bene la durezza della vita. Hanno subito il dolore della perdita del padre, che dopo essere stato incarcerato e torturato dai talebani è morto di tubercolosi, senza essere stato scarcerato. “Ho deciso di scrivere questo libro perché rischiando costantemente di essere uccisa (in questi mesi sono stati sventati anche alcuni piani di rapimento, ndr) voglio che le mie figlie sappiano per quale motivo ho accettato di correre questi rischi e soprattutto perché sono disposta anche a lasciarle, dopo che hanno già perso il padre”. Leggendo il libro si comprende la forza d’animo di questa donna minuta e fiera, che non si è lasciata piegare dalle difficoltà estreme davanti a cui si è trovata nel corso della sua giovane esistenza. “Traggo le motivazioni dall’amore che nutro per il popolo afghano che è coraggioso e generoso. Vorrei che ricordaste che migliaia di donne e uomini si sono recati alle urne nonostante la minaccia dei razzi sparati dai talebani. Nonostante il rischio di essere uccisi da una bomba nascosta lungo la strada. Nonostante le donne rischiassero di essere sfregiate. Se mi sottopongo a questi rischi comunque è anche per le mie figlie che voglio veder crescere in uno Stato di diritto, dove non prevalga la vendetta personale, la violazione dei diritti elementari, dove le donne siano uguali agli uomini”. La vice presidente Koofi pensa che l’emancipazione dell’Afghanistan passi anche attraverso l’equiparazione dei diritti delle donne in modo da promuovere un confronto tra istanze maschili e femminili con il fine di creare una società più dinamica e competitiva. Del resto non è pensabile che in una nazione civile le neonate vengano considerate alla stregua di gattini da annegare nei canali o da lasciare disidratare al sole. Le bambine sono considerate un peso, non servono come forza lavoro. Chi meglio di questa donna colta e coraggiosa, alla quale i mujaheddin uccisero il padre deputato, potrà riscattare la cultura della violenza che ha fatto precipitare l’Afghanistan degli ultimi trent’anni nel baratro dell’arretratezza?

"VORREI SOLO aiutare il mio paese a credere nelle istituzioni, nella democrazia, nella giustizia perseguita dai tribunali e non da clan familiari, secondo la legge del dente per dente”. Alla domanda sulla presenza di truppe alleate nel suo paese, la vicepresidente risponde che si tratta di un male necessario fino a che le forze di sicurezza afghane non riusciranno a garantire da sole la sicurezza dei cittadini. “Nella maggior parte dei distretti c’è molta insicurezza. La popolazione è sempre sotto la minaccia talebana. So però anche che l’emancipazione di un popolo non può avvenire con le armi. Nemmeno se servono a proteggere i civili. Però per ora sarebbe peggio se la Nato se ne andasse”. Le chiedo se ritiene che i nostri soldati stiano facendo una missione di pace o stiano combattendo una guerra. Lei risponde: “La Nato sta combattendo una guerra per sconfiggere al Qaeda, i militari sotto il comando Nato stanno combattendo questa guerra”. La vicepresidente ricorda amaramente che l’Afghanistan è sempre stato teatro di guerre combattute da altre nazioni per interessi che nulla avevano a che vedere con il bene del suo paese.

di Roberta Zunini

Da il Fatto Quotidiano del 05 marzo 2011
 
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