“Siete scarafaggi”, poi hanno iniziato a sparare
Beata, sopravvissuta al genocidio del Ruanda iniziato 17 anni fa: aveva 5 anni quando il 7 aprile 1994 gli hutu sono entrati nella sua casa e hanno massacrato la sua famiglia
"MIA MADRE ha promesso tutto il denaro che era in casa. Hanno accettato, ma non se ne sono andati. La prima raffica di mitra è stata contro la finestra, poi contro i mobili. Noi bambini abbiamo cominciato a piangere: io avevo 5 anni e mezzo. La prima a essere colpita è stata mia cugina. Ricordo solo le grida, il rumore, non ho neanche sentito i colpi. Mi sono risvegliata sdraiata al buio. Ho provato a muovermi ma il dolore mi ha impedito di alzarmi. Avevo ferite all’addome, alla gamba e il braccio destro pendeva per un lembo di carne. Ho chiamato mia madre che dopo un po’ mi ha risposto: Sono stati quei maledetti a ridurti così. Io ho detto: Ho sete. Le sue ultime parole sono state: Non mi posso alzare, rimani lì e prova a dormire. Siamo stati fortunati: hanno sparato con le armi e non ci hanno fatto a pezzi usando i machete. Ore dopo mi sono risvegliata e in casa c’era gente che stava saccheggiando. Erano i vicini. Uno di loro mi ha spostato nella stanza del domestico. Poi sono arrivati gli Interahmwe, le milizie civili. Tre di loro si sono avvicendati per finirmi ma nessuno ha auto il coraggio. È arrivato un vicino e ha detto: Datela a me. Mi ha portato a casa sua e curato, non è riuscito a recidere il lembo di carne del braccio e lo ha fasciato stretto. Un proverbio dice: Chi ha intagliato i cuori non li ha fatti tutti uguali. Mia madre ripeteva spesso: Beata ha il naso lungo, morirà con noi; suo fratello ha il naso largo, e per questo sopravviverà".
BEATA UWASE è una bella ragazza di 23 anni, studia medicina a Roma (si vorrebbe specializzare in ginecologia) e il suo braccio è guarito quasi perfettamente, grazie alle cure avute in Italia. Parla con la proprietà di linguaggio che oramai solo gli stranieri posseggono. Il primo giorno del genocidio ruandese e la sua vita intera sono intrecciati alle tante vite degli altri che l’hanno aiutata e regalato giorno dopo giorno un futuro incerto ma possibile. Una bambina ferita che ha attraversato le mille colline del suo paese (così è chiamato il Ruanda, sull’altopiano dei Grandi Laghi), i check point, le milizie, i campi profughi, per giungere alla sua nuova vita italiana. Grazie all’associazione Progetto Ruanda Beata – come tanti altri bambini orfani del genocidio che tra aprile e luglio 1994 ha visto morire quasi un milione di persone di etnia tutsi o hutu moderati – può mostrare tutta la grazia e la determinazione del carattere che le ha permesso di affrontare le peregrinazioni e superare i rischi di un paese intrappolato nella follia del genocidio. Beata ha cambiato più volte madre, famiglia, nome, città, paese, ma è rimasta sempre viva e porta con sé tutti i nomi e i volti delle persone che l’hanno adottata, aiutata e le hanno dato qualcosa. Gratuitamente, come la spensieratezza di una bambina che ora da ragazza vuole ricordare – ogni anno il 7 aprile – e tornare ad aiutare le madri e i bambini del nuovo Ruanda.
di Stefano Citati
da il Fatto Quotidiano del 07 aprile 2011


