Don Milani e le mani in tasca

don_milaniC’è una frase di don Lorenzo Milani, sui “ragazzi difficili”, che m’è sempre rimasta impressa: “Se si perde loro, la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati”. Mio papà mi aveva raccontato la storia della famiglia di Barbiana e avevo letto “Lettera a una professoressa”. Un libro a cui ritorno quando sono giù di morale, perché il sentimento dell’altro mi sembra sempre un pensiero ottimista, soprattutto quando non chiude gli occhi di fronte alle differenze: “Gli esami vanno aboliti. Ma se li fate, siate almeno leali. Le difficoltà vanno messe in percentuale di quelle della vita. Se le mettete più frequenti avete la mania del trabocchetto”. Oppure: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia”. Dipende da quanta generosità si riesce a mettere nelle giornate.

Quando Veltroni lo prese in prestito per un’avventura elettorale (vabbè), ho saputo che don Milani aveva portato in Italia il motto “I care”. Poi ho letto delle polemiche su di lui, eroe per alcuni, figurina di un ‘68 che non arrivò a vedere per i detrattori del “cattocomunismo”. Sapevo che il “sacerdote senza pretese”, appassionato difensore degli ultimi, proveniva da una famiglia benestante. Ma non avevo idea di quanto: non sapevo che aveva uno zio assistente di Freud, una mamma che imparò l’inglese a Trieste da Joyce, un bisnonno che fu un monumento dell’archeologia ottocentesca, un nonno che ha dato il suo nome a una statua che ritrovò (oggi è al museo archeologico di Firenze): si chiama proprio “Apollo Milani”. Non solo una famiglia borghese, ma un ambiente di intellettuali colto e stimolante; una casa dove il personale di servizio mangiava in cucina, l’istitutrice in camera, una villa a Castiglioncello per le vacanze (la Fondazione Scienze Religiose di Bologna sta mettendo mano a una nuova curatela delle sue opere).

Non sapevo nemmeno del suo processo, questo l’ho scoperto da qualche giorno, quando Chiarelettere ha mandato in stampa un libretto con un titolo che è un manifesto “A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca”. Don Milani, come don Primo Mazzolari, il parroco di Bozzolo, era favorevole all’obiezione di coscienza di chi non voleva fare il militare. Fu processato per apologia di reato, perché le sue parole furono pubblicate su “Rinascita”. Ai suoi giudici scrisse: “La guerra difensiva non esiste più. Allora non esiste la guerra giusta, né per lo Stato, né per la Chiesa”. “L’obbedienza non è più una virtù”, specie se sconfina nella servitù. Il resto delle considerazioni sono la cronaca della nostra quotidianità assopita: anche nelle missioni di pace, che poi sono guerre “en travesti”.

di Silvia Truzzi

da il Fatto Quotidiano del 22 maggio 2011

 
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