La riforma in classe

I ragazzi di II e III liceo mi hanno chiesto di leggere in classe il ddl Gelmini: non ho voluto scoraggiarli perché stanno cercando di capire, anche se qualcuno dirà che sono stati manipolati

Immaginate un mondo in cui – voi della mia generazione, più vecchia o di poco precedente – l’adolescenza sia trascorsa senza lo sguardo malinconico di Berlinguer, quello pensoso di Moro, quello acuto di Pertini. Un mondo privo – peggio – di ciò che quegli sguardi ci hanno consegnato. Un mondo senza sezioni di partito, senza idee forti, senza appartenenza, se non la Curva Sud, un gruppo su Facebook o la Padania. In cui partecipare o dire di no – nella triste lettura degli esternatori di professione che governano – evoca fantasmi paurosi, borderline tra illegittimità, violenza, inconsapevolezza pilotata da altri (Sessantotto, centri sociali). Libertà era partecipazione. Ora è consumo.

 OGGI VIVONO in un mondo in cui il capo del governo è accusato di intrattenere rapporti eufemisticamente non limpidi con ragazzine; in cui ogni giorno lo scenario cambia: bipolarismo, terzo polo, fiducia sì, fiducia no, fiducia non lo so; in cui furbizia, vanità, vacuità sono valori portanti. In cui giurare sulla Costituzione, servire Stato e interesse generale sono elementi di facciata, dismessi e sostituiti da volgarità e improvvisazione, dilettanti allo sbaraglio, successi senza merito dei cantori del merito. Gli adulti di riferimento, che crederebbero ancora in un altro mondo possibile, sono stanchi, spesso senza voglia di lottare. Questi ragazzi hanno condotto l’intera esistenza bersagliati da messaggi incompatibili con partecipazione seria e responsabile. Nutriti da merendine e pillole di saggezza di Maria De Filippi, simbolicamente orfani di padre, di principio di autorevolezza, di un’idea forte e grande, educati in famiglie e scuole che spesso hanno perso la mira e non comunicano che disagio le prime, saperi liquidi le seconde, senza mai rispondere ai loro perché. Fanno la III liceo, a 6 mesi dall’esame di Stato. Verga e il De tranquillitate animi di Seneca sono il nostro pane quotidiano. Mi hanno chiesto loro – assieme alla II – di destinare la giornata di ieri a leggere il ddl Gelmini sull’università: stanno cercando di esercitare cittadinanza consapevole. Miracoloso, come ciò che è accaduto la scorsa settimana nelle piazze e sui monumenti delle nostre città.

NON ME LA SENTO di scoraggiarli, capiranno meglio la letteratura italiana, dopo. E oggi andranno in assemblea, per decidere come comportarsi verso la mobilitazione studentesca, più informati. E se qualcuno dirà che sono manipolati, peggio per lui. Se mi ammonirà che non si fa politica a scuola, sapremo rispondere. E se penserà che non serve, pazienza. Intanto noi leggiamo insieme e proviamo a capire. E a capirci. Lontani come siamo per età, esperienze, orizzonti. Non potrò spiegare cosa si prova a sentirsi parte di un grande movimento di donne e uomini; né di come ci si ritrova a constatare cosa ne è stato e soprattutto cosa non ne è rimasto. Non potrò pretendere da loro la passione che tempi e prudenza scoraggiano. Ma consapevolezza sì. Il nostro attimo fuggente, prima del ritorno nel grande blob magmatico di notizie pilotate e deragliate, è la celebrazione di Cittadinanza e Costituzione (materia-fantasma dell’immaginario gelminiano): lettura critica del decreto. Provare a capire. E tentare di inoculare un’idea rivoluzionaria: il sospetto che “politica” – nonostante l’oggi – possa essere ancora parola bellissima.

di Marina Boscaino

da il Fatto Quotidiano del 07 dicembre 2010

 
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