La riforma in classe
I ragazzi di II e III liceo mi hanno chiesto di leggere in classe il ddl Gelmini: non ho voluto scoraggiarli perché stanno cercando di capire, anche se qualcuno dirà che sono stati manipolati
OGGI VIVONO in un mondo in cui il capo del governo è accusato di intrattenere rapporti eufemisticamente non limpidi con ragazzine; in cui ogni giorno lo scenario cambia: bipolarismo, terzo polo, fiducia sì, fiducia no, fiducia non lo so; in cui furbizia, vanità, vacuità sono valori portanti. In cui giurare sulla Costituzione, servire Stato e interesse generale sono elementi di facciata, dismessi e sostituiti da volgarità e improvvisazione, dilettanti allo sbaraglio, successi senza merito dei cantori del merito. Gli adulti di riferimento, che crederebbero ancora in un altro mondo possibile, sono stanchi, spesso senza voglia di lottare. Questi ragazzi hanno condotto l’intera esistenza bersagliati da messaggi incompatibili con partecipazione seria e responsabile. Nutriti da merendine e pillole di saggezza di Maria De Filippi, simbolicamente orfani di padre, di principio di autorevolezza, di un’idea forte e grande, educati in famiglie e scuole che spesso hanno perso la mira e non comunicano che disagio le prime, saperi liquidi le seconde, senza mai rispondere ai loro perché. Fanno la III liceo, a 6 mesi dall’esame di Stato. Verga e il De tranquillitate animi di Seneca sono il nostro pane quotidiano. Mi hanno chiesto loro – assieme alla II – di destinare la giornata di ieri a leggere il ddl Gelmini sull’università: stanno cercando di esercitare cittadinanza consapevole. Miracoloso, come ciò che è accaduto la scorsa settimana nelle piazze e sui monumenti delle nostre città.


