Il volto dei nuovi poveri
Nella mensa della comunità di Sant'Egidio vengono serviti ogni giorno duemila pasti caldi. L'accoglienza nel cuore romano di Trastevere: bambini, uomini e donne separati, senza lavoro né casa
CI VENGONO a mangiare anche quelli che la casa l’hanno perduta assieme al lavoro. Sono i nuovi poveri partoriti dalla pancia della modernità. Quella modernità che, per dirla con il poeta deputato messicano Salvador Diaz Miròn, “offre il superfluo quando manca il necessario”.
Sono donne separate da mariti disoccupati. Uomini separati che, con uno stipendio di mille euro, pagano gli alimenti e non ce la fanno a sopravvivere. È una giornata fredda a Roma. Piove e il vento è gelido. Il Virgilio che ci accompagna tra i diseredati della terra non è un poeta, ma un professore universitario della Sapienza. Si chiama Augusto D’Angelo ed è uno delle centinaia di volontari di Sant’Egidio che assieme alla minestra e alla carne distribuiscono amore e pensieri a quelli che chiama “i nostri” poveri. In un attimo è come se il mondo lasciato fuori dal portone perdesse di senso. Perché il senso della vita e della dignità non perduta sembra tutto qui, all’interno di un cortile dove si affacciano altri palazzi dalle finestre chiuse.
“Abbiamo voluto che la mensa fosse in centro, perché i poveri non debbono essere confinati fuori città”, spiega Augusto che chiama ognuno con il suo nome e precisa: “Noi non vogliamo un rapporto assistenziale, ma costruiamo accoglienza e integrazione”. L’accoglienza che crea legami, fiducia nell’altro. “A Natale – racconta Augusto – durante il pranzo, su tavoli imbanditi con tovaglie rosse e candele, ai nostri poveri abbiamo consegnato un regalo personalizzato. Un ragazzo sui 30 anni, stringendomi forte la mano, mi ha mostrato il biglietto con il suo nome e ha detto: ‘Prima d’ora il mio nome lo conoscevo solo io e Dio’”.
GRAZIA, 18 anni appena compiuti, la povertà l’ha ereditata. Non riceveva un regalo da quando aveva sette anni e sua mamma le incartò una bambolina di pezza con le treccine di lana gialla che aveva trovato per strada.
Un uomo cammina lentamente, aspetto signorile. Ha tutta l’aria di un intruso. “Si chiama Franchetto – dice Augusto – per oltre sei mesi non ha mai parlato. Poi un giorno mi è venuto incontro e sottovoce mi ha ringraziato perché aveva cominciato a sentirsi un essere umano”. Qui i poveri possono anche ricevere la posta. Questo è il loro domicilio. E per la prima volta chi aveva perduto la residenza anagrafica è divenuto cittadino con il diritto di votare. Ma mai nessun politico è venuto a conoscere questi volti, a stringere queste mani, ad ascoltare le loro storie.
“La politica è troppo distante dal mondo reale e questa è la sua debolezza” dice Francesco Dante, docente alla Sapienza, anima della comunità, una vita spesa per il volontariato. A proposito dei vitali fondi che arrivano dal 5 x mille, ora ridotti del 75 per cento dal governo, dice: “Solo a fine anno sapremo se avremo i soldi che i cittadini avevano deciso di destinarci con la loro dichiarazione dei redditi. Un’incertezza che pesa come un macigno sui poveri”.
Nel cortile quelli che hanno terminato di mangiare fumano seduti sulle panchine. Paolo ha 45 anni. Lui la povertà l’ha scoperta da un anno. Ci sediamo al suo tavolo. Assieme ad altre due persone. Arriva Laura, 25 anni, volontaria, laureata precaria. In mano un grande vassoio.
I poveri alla mensa vengono serviti al tavolo come al ristorante. Stasera si mangia pasta al pomodoro, fettine di carne o formaggio e verdure lesse. “Per me la carne, grazie – dice Paolo – questa è la mia famiglia, la sola che mi è rimasta da quando mia moglie se n’è andata con i figli. Quando lavoravo al cantiere come muratore, tutto filava liscio. Poi mi hanno licenziato. Non ho più trovato un altro posto e sono stato ingoiato dalla depressione. Ho iniziato a bere. Mia moglie se ne è tornata dai genitori, io non potevo fare neanche quello, i miei sono morti”. E ora dove vive? “Mangio qui ogni sera. Riposo nei dormitori, quando trovo posto, o per strada. Qui dentro – dice indicando lo zaino appoggiato a terra – c’è la mia coperta, un sacco di nylon, lo spazzolino: i denti me li lavo ogni mattina alla fontana”.
Lo sguardo vola sugli altri tavoli. Si posa su una donna seduta accanto a una bimba e un bimbo che mangiano con lo zainetto della scuola sulle spalle. Il bambino ha gli occhi nel piatto. Con la mano destra affonda il cucchiaio nella minestra. Bambini costretti a mangiare alla mensa dei poveri all’uscita di scuola. La mamma è separata, l’ex marito è disoccupato, lei, quando capita, fa le pulizie. La nonna va a prendere i nipoti a scuola e li porta qui a mangiare e ogni mese ritira il pacco: due chili di pasta, un chilo di zucchero, pomodori in scatola, parmigiano, biscotti, latte. Anche i vestiti che i ricchi della città non mettono più.
“La politica è troppo distante dal mondo reale e questa è la sua debolezza” dice Francesco Dante, docente alla Sapienza, anima della comunità, una vita spesa per il volontariato. A proposito dei vitali fondi che arrivano dal 5 x mille, ora ridotti del 75 per cento dal governo, dice: “Solo a fine anno sapremo se avremo i soldi che i cittadini avevano deciso di destinarci con la loro dichiarazione dei redditi. Un’incertezza che pesa come un macigno sui poveri”.
Nel cortile quelli che hanno terminato di mangiare fumano seduti sulle panchine. Paolo ha 45 anni. Lui la povertà l’ha scoperta da un anno. Ci sediamo al suo tavolo. Assieme ad altre due persone. Arriva Laura, 25 anni, volontaria, laureata precaria. In mano un grande vassoio.
I poveri alla mensa vengono serviti al tavolo come al ristorante. Stasera si mangia pasta al pomodoro, fettine di carne o formaggio e verdure lesse. “Per me la carne, grazie – dice Paolo – questa è la mia famiglia, la sola che mi è rimasta da quando mia moglie se n’è andata con i figli. Quando lavoravo al cantiere come muratore, tutto filava liscio. Poi mi hanno licenziato. Non ho più trovato un altro posto e sono stato ingoiato dalla depressione. Ho iniziato a bere. Mia moglie se ne è tornata dai genitori, io non potevo fare neanche quello, i miei sono morti”. E ora dove vive? “Mangio qui ogni sera. Riposo nei dormitori, quando trovo posto, o per strada. Qui dentro – dice indicando lo zaino appoggiato a terra – c’è la mia coperta, un sacco di nylon, lo spazzolino: i denti me li lavo ogni mattina alla fontana”.
Lo sguardo vola sugli altri tavoli. Si posa su una donna seduta accanto a una bimba e un bimbo che mangiano con lo zainetto della scuola sulle spalle. Il bambino ha gli occhi nel piatto. Con la mano destra affonda il cucchiaio nella minestra. Bambini costretti a mangiare alla mensa dei poveri all’uscita di scuola. La mamma è separata, l’ex marito è disoccupato, lei, quando capita, fa le pulizie. La nonna va a prendere i nipoti a scuola e li porta qui a mangiare e ogni mese ritira il pacco: due chili di pasta, un chilo di zucchero, pomodori in scatola, parmigiano, biscotti, latte. Anche i vestiti che i ricchi della città non mettono più.
IL BIMBO, che chiameremo Luca, frequenta la prima elementare. La bimba, che chiameremo Laura, la quarta. Sono bravi a scuola, dicono le maestre. Quando arrivano a Sant’Egidio, raccontano le volontarie, sono affamati anche di libri da leggere, da disegnare.
Luca ha promesso che quando sarà grande tornerà a trovarle con un sacco pieno di regali. Sono questi i nuovi poveri che si mescolano agli immigrati, ai barboni, ai senza casa. “Sempre più persone sprofondano nella povertà. Non vivono per strada, una casa ce l’hanno, ma non ce la fanno a mantenerla e non riescono a mangiare” spiega Francesca Zuccari, assistente sociale responsabile dei servizi dei senza dimora. “Coppie giovani aiutate dai genitori. Diciamo che circa i due terzi non vengono alla mensa perché si vergognano. Ma vengono a ritirare i pacchi, telefonano per chiedere consigli: come fare a pagare il mutuo, la bolletta della luce, l’affitto per evitare lo sfratto, come farsi curare. Il numero delle chiamate è aumentato in maniera esponenziale”. Mentre non molto lontano da qui, nei palazzi del potere, la parola povertà l’è stata cancellata dal vocabolario della politica.
di Sandra Amurri
da il Fatto Quotidiano del 23 novembre 2010


