In Sicilia, viaggio nei paradisi tolti alla mafia

La Fondazione San Vito inaugura il turismo anti Cosa nostra

Mazara del Vallo (Trapani)
 
C’è il tour della Valle dei Templi. E adesso c’è il tour dei beni confiscati alla mafia. Per capire e amare la Sicilia bisogna farli tutti e due. L’appuntamento è per sabato 14 maggio alle 9 di mattina. Si parte da Marsala, perché qui sbarcarono i garibaldini 150 anni fa per unire il nostro Paese. Non solo: perché questo angolo di Sicilia è il regno di Matteo Messina Denaro, il boss della mafia siciliana che da anni vive cercando di sfuggire al suo grande segugio, quel Giuseppe Linares, capo della sezione anticrimine di Trapani, che gli sta stringendo intorno un cerchio sempre più stretto. E tra le guide ci sarà lui, don Francesco Fiorino, con la sua voce mite, ma ferma. L’idea è partita da questo sacerdote di 49 anni che dopo tanto tempo alla Caritas di Mazara del Vallo nel 2001 ha contribuito a dare vita alla Fondazione San Vito (dove lavorano 20 persone). Don Francesco e il vescovo di Mazara del Vallo, Domenico Mogavero, hanno un chiodo fisso: la legalità. E il giro “turistico” – ma soprattutto civile – si chiama proprio così: tour dei beni riportati alla legalità.
 
DON FRANCESCO e monsignor Mogavero lo sottolineano sempre: “Noi ci occupiamo di immigrati, di disoccupati, di giovani e di anziani. Ma la mancanza di legalità è alla radice di tanti mali. Se non si rispetta la legge c’è corruzione, ci sono sprechi, non c’è sviluppo”. Eccolo allora il tour, che certo rivela i mali della Sicilia, ma soprattutto ricorda che questa terra può farcela. Case e terreni dove vivevano i boss con i loro segreti adesso danno frutti. Questa è una storia dell’Italia che va. Ma anche delle difficoltà che nel nostro Paese bisogna affrontare per cambiare le cose. Don Francesco è un ottimista, ma qui l’entusiasmo deve superare molti ostacoli: “La Sicilia – racconta il sacerdote – sta cambiando, non c’è più l’indifferenza di vent’anni fa. Possiamo parlare apertamente di mafia”. E però… “però la politica non ci aiuta. Noi operiamo in diversi Comuni (quasi tutti guidati dal centrodestra, ndr) e le amministrazioni non sostengono abbastanza il nostro lavoro. I loro rappresentanti non si sono quasi mai visti alle nostre iniziative”. Parliamo di Marsala, Mazara del Vallo, Castelvetrano (patria di Messina Denaro), Campobello (l’unico di centrosinistra) e Salemi, il Comune di cui è sindaco Vittorio Sgarbi.
 
LA BATTAGLIA della Fondazione San Vito (www.fondazionesanvito.it) si gioca contro un nemico invisibile. Anzi, se ti guardi intorno, in questa Sicilia dove la primavera è già inoltrata, vedi ovunque vita. Una vita forte, trionfante nel profumo dell’origano, negli ulivi, nei fichi d’India, nel sole già abbacinante. Niente sembrerebbe più lontano del sapore stantio della mafia. È proprio questo il pericolo: dimenticarsi del nemico che da secoli strozza la Sicilia. Ma don Francesco ha una volontà di fil di ferro. E parte per il suo tour: prima tappa, un appartamento vicino allo stadio di Marsala. “Apparteneva alla mafia. Noi lo abbiamo trasformato nel centro di accoglienza Nello D’Amico per chi ha bisogno, donne in difficoltà, immigrati, anziani e giovani emarginati”. Ecco il senso del giro “turistico”, dimostrare come la legalità fa fruttare i beni. Così come la villetta sulla spiaggia Tonnarella, a Mazara. Prima ospitava gli incontri di mafia, dal 2005 è diventata un centro sociale dove ragazzi e anziani potevano andare al mare. Organizzare incontri.
La storia di un successo, ma anche delle difficoltà e dei pericoli che in Sicilia deve affrontare chi dice no alla mafia. Perché Cosa nostra è viva, anche se oggi uccide di meno: “Nel gennaio 2010 – racconta don Francesco – la villetta è stata distrutta da un incendio. La ricostruiremo, con i soldi dell’assicurazione e del Comune”. Intanto i ragazzi ci vanno lo stesso, perché non si lasciano piegare: “Li portiamo a vedere la stupidità della mafia, che porta distruzione dove c’erano occasioni per la gente”. La mafia parla così: con le fiamme. Anche il terreno di Campobello, terza tappa del tour, è stato incendiato: “Era di proprietà del boss Nunzio Spezia, oggi è parte dell’iniziativa “seminiamo la legalità”. Già, si semina il rispetto per le leggi. Qui come nella tenuta di Castelvetrano, a due passi dal parco archeologico di Selinunte, dove sono stati anche allestiti due grandi tendoni per ospitare ragazzi da tutta Italia: “Vengono scuole e scout da Mestre, Treviso, Prato”. Si godono l’estate e il mare, intanto studiano come combattere le mafie.
Ma il rispetto delle regole cresce anche seminando i prodotti di questa terra come l’origano e l’ulivo. E poi puntando sulle piante locali, come il carrubo. “È tutto biologico”, precisa don Francesco mentre mostra il “suo” vigneto di Salemi, in contrada Fiumelungo. Per l’energia nascerà un impianto fotovoltaico. Fino all’ultima tappa. Per arrivarci bisogna seguire le colline del Belice, in mezzo a vigneti e campi. Ecco un albero isolato, una vecchia cascina: il ristorante “al Ciliegio”. Anche questo nato in una terra di mafia. Oggi offre piatti di questa Sicilia: i gnocculi cavati con finocchietto e melanzane, busiati al sugo di agnello, spaghetti alla carrittera. Roba che appena te la trovi davanti quasi ti dimentichi la mafia e i mali del mondo.
La lotta, però, è ancora lunga. Don Francesco è il primo a sottolinearlo: “La mafia non affascina più, ma le persone più indifese rischiano di scivolarle tra le braccia e di affidarsi all’illegalità”. La Fondazione San Vito tenta tutte le strade: c’è il centro di ascolto per immigrati, per impedire che i nuovi italiani, che a Mazara sono quattromila, scivolino nell’emarginazione. E ci sono Radio City di Marsala (guidata da Marco Messineo) e il giornale Alternativi a mafia, corruzione e sprechi. Otto pagine che raggiungono cinquemila famiglie.
 
TANTI AMICI e molti ostacoli da superare. Anche nella Chiesa? “In passato non si era vista la pericolosità della mafia. Ma oggi è chiaro a tutti come il Vangelo sia incompatibile con Cosa nostra”. Resta la politica: “Vedere la classe dirigente che non si rinnova, sentire che vengono indagati consiglieri regionali fa male. Noi sosteniamo la proposta di legge per tagliare venti posti nel parlamento regionale siciliano. Finora è stata bocciata, ma non molliamo. Venti milioni risparmiati ogni anno: soprattutto sarebbe un segno”.
 
di Ferruccio Sansa
 
da il Fatto Quotidiano del 29 aprile 2011
 
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