Qui è tutta un’altra storia

A Roma sfilano per la periferia in 30 mila e senza incidenti. Sfottò, slogan e striscioni le loro uniche armi

Un fiume di ragazze e ragazzi. Una piena che cresce, esonda e travolge chi in questi giorni voleva il sangue. Con Roma e le sue piazze trasformate in una sorta di Beirut prenatalizia, vetrine frantumate, incendi, teste spaccate, lacrimogeni, agenti feriti e studenti con la faccia torva e il sampietrino in mano. No, non siamo più al 14 dicembre, siamo al 22. Ed è tutta un’altra storia. Una storia dove viaggia un fiume impetuoso che trascina con sé i vari Sacconi che avevano invocato polso fermo e repressione, il Gasparri di più manette per tutti e degli arresti preventivi. Roma invasa, attraversata nel suo cuore nobile e proletario, San Lorenzo, la Tiburtina, Casalbertone, vecchia edilizia popolare, moderni alveari dove vivono antichi e nuovi proletariati. “Lasciamoli soli nella loro zona rossa. Noi ci riprendiamo la città”. Sono decine di migliaia sotto la Sapienza, la loro università. Ragazzi e ragazze. Molti con i loro genitori. Tutti a volto scoperto. E sono facce bellissime. Sorridenti, irridenti, ironiche, sfottenti strafottenti nei confronti di un potere che, ancora una volta, si è blindato. Chiuso nei suoi “palazzi” a celebrare riti politici sempre più vuoti. Rosy Mauro e le sue gaffe, la Gelmini e la sua riforma, i voltagabbana pagati a caro prezzo.
 
Assieme ai ragazzi anche i genitori
 
ECCO, tutto questo teatrino è merce avariata. “Perché oggi contiamo noi. Noi che siamo il presente e il futuro di questo Paese. Noi che non moriremo precari”. Fabio, 23 anni, Giurisprudenza. Regolarmente fuorisede. “Educatore in saldo”, è il cartello che si trascina appresso Margherita, 35 anni, ricercatrice. “Genitore in saldo”, ha scritto Paolo, che di anni ne ha cinquanta ed è in piazza come altri della sua età “per i figli”. E basta questo. Ci sono le bandiere tricolori che la fantasia ha ravvivato. Una al centro ha una stella rossa, un’altra la A cerchiata dell’anarchia. E cartelli con gli articoli della Costituzione, il “libretto rosso” del Duemila, i libri-scudo degli innocui “book-bloc”.
Si parte, attraversando le strade del Policlinico universitario. Ammalati, portantini, medici e infermieri si affacciano alle finestre. E applaudono. “Siamo con voi”. “Bravi ragà”. “Fategliela vedé”. Una simpatia spontanea, popolare, un consenso conquistato sul campo. Maria, fuorisede di Matera, ha i lucciconi agli occhi. “Ma lo vedi? La gente è con noi. Volevano tagliarci le ali e non ci sono riusciti”. Applausi e simpatia quando il corteo passa sotto una sede del ministero delle Finanze. Gli impiegati hanno lasciato le loro scrivanie e sono nel cortile a battere le mani. Dalle finestre sventola una bandiera della Cgil. “Sciopero generale”, urlano dal corteo. Si passa accanto a un deposito dell’Atac, l’azienda degli scandali. Qui ci sono autisti e meccanici, “gente che rispettiamo”, dice un ragazzo. Più avanti ci sono gli uffici della direzione dell’azienda romana dei trasporti. Il regno delle clientele, delle assunzioni di cubiste, familiari, amici e compari del nuovo potere romano. “Ve saluta Mokbel”, sbeffeggia dal megafono un ragazzo.

La solidarietà dei cittadini

ZONA tangenziale, il traffico è bloccato, Roma sta impazzendo. Miracolo: nessun automobilista protesta. “Chiediamo scusa per i disagi”. È uno slogan, educatissimo e ritmato, scandito da decine di migliaia di ugole. La gente scende dalle auto. “Nun mene frega un c… de fa tardi”, dice un uomo. Una signora, chiusa nel suo Suv, sorride e filma il corteo col cellulare. “Tutta mia la città, questa notte Silvio piangerà”. È un motivo degli anni Sessanta dell’Equipe 84, chissà come e perché si è fissato nelle orecchie di questi ragazzi.
Suonano i tamburi e le ragazze ballano seguendo il ritmo. I fumogeni da stadio colorano l’aria di rosso. “Roma città libera”, è lo slogan che piace di più. Dai palazzi della Prenestina si affaccia una umanità mista. Coppie di immigrati extracomunitari che sventolano fazzoletti, ma soprattutto anziani. Tanti, uomini e donne, che si fanno vedere, salutano e vengono salutati dai ragazzi. Una donna anziana lancia baci. “Nonna cala du spaghi”, le fanno dal corteo. Gli anziani, i vecchi, ma non si era detto che questa era anche una lotta tra generazioni? “Balle, chi vuole etichettarci sbaglia, chi vuole analizzarci senza venire qui, ascoltarci, sentire le ragioni della nostra protesta fa solo spettacolo. Giovani e vecchi, siamo vittime del modello di sviluppo e di una società che redistribuisce male le sue ricchezze”. Angela, 17 anni, Liceo Augusto.

L’omaggio all’operaio morto

NON HA un percorso preciso per il corteo. “Andiamo a L’Aquila”, è ora la parola d’ordine. Si va verso l’autostrada, passando sotto un tunnel già intasato di mezzi. Si canta tutti in coro “Lo vedi che succede a votà Silvio”, la hit del momento. Anche qui nessun automobilista perde le staffe. Poi si torna tutti alla Sapienza. È morto un operaio, la voce corre, è un tunisino di 35 anni. “È caduto da un’impalcatura mentre lavorava al cantiere di Scienze politiche”. “No è rimasto schiacciato sotto un escavatore”. “Era uno sfruttato come noi, un fratello”.
 
di Enrico Fierro
 
da il Fatto Quotidiano del 23 dicembre 2010
 
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