Riciclaggio, Ratzinger pulisce il Vaticano (e lo Ior)
Via libera alla legge contro le attività finanziarie sospette. La mossa dopo le ultime inchieste dei pm italiani: la Santa Sede si adegua agli standard europei
Ben tre documenti testimoniano la serietà del progetto. Il Motu proprio del Papa, lo statuto dell’ “Autorità di informazione finanziaria” (Aif), la legge concernente la “prevenzione ed il contrasto del riciclaggio dei proventi di attività criminose e del finanziamento del terrorismo”. L’ampiezza della materia regolamentata – sebbene sia difficile immaginare i giardini vaticani o l’Obolo di san Pietro utilizzati per addestramento di unità terroriste – corrisponde all’obiettivo di adeguare la normativa vaticana agli standard internazionali dell’Ocse e dell’Unione europea, consentendo al Vaticano di ottenere l’ingresso nella White List, l’elenco degli stati affidabili e puliti dal punto di vista finanziario. Perciò nella legge si parla anche di droga, esplosivi, tratta delle persone, attività terroristiche, pene pecuniarie e detentive, confisca di beni frutto di gravi reati.
L’importanza della svolta risiede nell’intento di creare strumenti che realizzino “trasparenza, onestà e responsabilità”: categorie che padre Lombardi ha rivendicato per la linea di papa Ratzinger. L’Autorità di controllo ha un presidente e un consiglio direttivo nominati dal Papa ed opera “in piena autonomia e indipendenza” svolgendo le sue funzioni nei confronti di tutte le strutture vaticane, con la facoltà di accedere direttamente agli archivi finanziari ed amministrativi dei vari uffici. In pratica è un diritto di ispezione. Una novità assoluta nell’organizzazione della Chiesa, ha precisato Lombardi. Una volta l’anno l’Autorità trasmette una relazione alla Segreteria di Stato.
Qualsiasi dipendente vaticano – come un tempo avveniva per i fedeli in caso di denunce di eresia – è libero dagli “obblighi di segretezza” del proprio ufficio, quando si tratta di segnalare “in buona fede” operazioni sospette.
Gotti Tedeschi ha predisposto una griglia precisissima. “Ogni soggetto, persona fisica o giuridica, ente o organismo giuridico di qualsivoglia natura (in Vaticano)… è tenuto a osservare gli obblighi di adeguata verifica, di registrazione dei rapporti e delle operazioni, di conservazione delle informazioni” di tutte le attività finanziarie. Il riciclaggio si punisce con la reclusione da quattro a dodici anni. E’ colpito chi “sostituisce o trasferisce denaro, beni o altre utilità provenienti da un reato grave”. E qui Gotti Tedeschi ha fatto inserire nella legge un elenco dettagliato, che comprende corruzione, frode, falsificazione della moneta, rapina, estorsione, ricatto, ricettazione. Riguardo ai partner finanziari si punta il dito contro le “banche di comodo”, che fanno capo a istituti non regolamentati.
Finisce per il personale e gli enti del Vaticano la filosofia del “non potevo sapere…”. Al contrario, tutti sono tenuti ad attrezzarsi nei loro uffici, a fare le verifiche di legge, ad astenersi da operazioni sospette e, se non si sentono adeguati, a chiamare in soccorso l’Autorità. Non si potranno nemmeno trasportare fisicamente dentro o fuori del Vaticano somme superiori all’importo stabilito in sede europea senza informare l’Autorità.
L’Autorità elabora “indicatori di anomalia” per agevolare l’individuazione di operazioni sospette e può sospendere per un massimo di cinque giorni lavorativi operazioni poco chiare. In prigione va anche chi usa a fini impropri somme vaticane destinate a “opere di pubblico interesse”. Insomma è un codice preciso e draconiano, che colpisce persino il monsignore che sul suo terrazzino volesse far crescere la cannabis per uno spinello. La legge entrerà in vigore il 1 aprile 2011. Richiederà soprattutto una rivoluzione mentale nella macchina vaticana abituata alla segretezza in materia di soldi e alla gelosa difesa del proprio orticello. Il fatto che le nuove misure non riguardino soltanto la banca vaticana, come si pensava, ma l’intera struttura amministrativa della Santa Sede testimonia della volontà di Ratzinger di cogliere l’occasione per una grande operazione di trasparenza in linea con gli standard nordici. “Si eviteranno errori motivo di scandalo”, commenta Lombardi.
L’unico rischio è che la “struttura italiana” riesca lentamente a smosciare il rigore delle norme. I precedenti non mancano. In Germania – ad esempio – per ottenere fondi pubblici le diocesi devono pubblicare il loro bilancio. In Italia il Vaticano ha ottenuto con il nuovo concordato che le diocesi pubblicassero soltanto l’uso dei fondi dell’8 per mille, ma non l’inventario dei propri beni e delle loro attività economiche. Non è una differenza da poco.
di Marco Politi
da il Fatto Quotidiano del 31 dicembre 2010


