L'INTERVISTA
Renato Zero insolito
tra San Francesco e Wojtyla
Il cantautore, stasera sul palco di Assisi per lo spettacolo di solidarietà "Nel nome del cuore", parla del suo rapporto con la religione e soprattutto con le figure del Santo e di Giovanni Paolo II, "due giganti". E di se stesso dice: "La vita ti cambia, ti responsabilizza"
di ORAZIO LA ROCCA
ASSISI - "Tra San Francesco e il beato Giovanni Paolo II c'è una grande affinità, un legame strettissimo fatto di amore per l'uomo, per i poveri tra i più poveri, per i giovani, per la natura, per ultimi ed ammalati: un feeling nato, cresciuto e coltivato sempre nel nome di Cristo. Un legame che è importante conoscere perché fa bene a credenti e non credenti. Per questo la Chiesa cattolica ha opportunamente elevato entrambi agli onori degli altari ascoltando le richieste popolari avanzate in tal senso nei secoli passati, per il Poverello d'Assisi, fino ai giorni nostri, per papa Wojtyla beatificato da Benedetto XVI il primo maggio scorso". Renato Zero di fronte a San Francesco e a Karol Wojtyla. "Due giganti, due grandi figure che hanno dedicato tutta la loro vita al bene degli altri, patrimoni insostituibili non solo della Chiesa cattolica, ma di tutto il mondo", puntualizza con energica convinzione il cantautore che questa sera per la terza volta parteciperà ad Assisi al tradizionale spettacolo di solidarietà, "Nel nome del cuore" (presentato da Carlo Conti e in diretta su RaiUno dalle 21.15) che i Frati del Sacro Convento organizzano per aiutare le popolazioni del Burundi e dello Sri Lanka. Una iniziativa giunta alla nona edizione - ideata da padre Enzo Fortunato, direttore della sala stampa del convento, e fortemente promossa dal padre Custode Giuseppe Piemontese - con cui sarà lanciata una massiccia campagna di raccolta fondi attraverso l'invio di sms al numero 45501 fino al 22 giugno prossimo o tramite il sito www.sanfrancesco.org.
Insieme a Zero questa sera si esibiranno anche Roberto Vecchioni, Nek, Noemi, Nair, i tre tenorini de Il Volo. Renato Zero, inoltre, proprio in occasione del concerto ha rivelato in un'intervista esclusiva al mensile ufficiale del Sacro Convento, "San Francesco Patrono d'Italia", il suo "ancestrale" rapporto con la fede cattolica e col francescanesimo, e la sua illimitata ammirazione per il Poverello ed i suoi confratelli francescani, rompendo un tradizionale riserbo osservato da anni e che sotto un certo aspetto non può non sorprendere piacevolmente quanti sono abituati a vederlo nelle sue performance sui palcoscenici di mezzo mondo. Ma - c'è da giurarci - non chi lo conosce al di fuori dei tanti personaggi, a volte anche provocatori, raccontati nelle sue canzoni. Intervista che pubblichiamo anche su Repubblica.it per gentile concessione del direttore della sala stampa francescana, padre Enzo Fortunato.
Maestro Renato Zero, ma cosa c'entra lei con un santo come San Francesco?
"C'entro, c'entro. Francesco è il santo di tutti, quindi anche il mio. E' il santo che, attraverso le sue opere e le sue scelte esistenziali - rivoluzionarie e per non pochi a volte incomprensibili - ha condotto la sua vita sulle orme di Gesù Cristo, di Dio Padre, pur provenendo da famiglia benestante, pur avendo vissuto pienamente le passioni e gli entusiasmi tipici della gioventù. Un esempio forse unico nel suo genere, eternamente attuale, che colpisce credenti, non credenti, laici, fedeli cattolici, seguaci di altre religioni. Un santo che più si conosce e più si ama".
Come spiega tanto interesse intorno a un santo che, in fondo, è vissuto oltre 800 anni fa? Una figura che ogni anno attira milioni e milioni di persone a pregare sulla sua tomba di Assisi...
"Non ho ricette, né spiegazioni. Dico semplicemente che San Francesco è un vero patrimonio universale per tanti motivi. Forse perché ha sempre parlato al cuore di tutti, senza problemi e senza perplessità. Da sempre è stato un esempio per generazioni di credenti e non credenti, trasparente, genuino, mettendo la sua vita al servizio di tutti. E per questo milioni e milioni di persone ogni anno si inginocchiano e si fermano in personale meditazione sulla sua tomba. Come, altrettanti milioni e milioni di persone, credenti e non credenti, hanno fatto anche con Giovanni Paolo II. Non una coincidenza casuale, ma un dato di fatto che ha preso forma intorno a due figure, Francesco d'Assisi e Karol Wojtyla molto, molto simili".
Lei, quindi, sostiene che tra il Poverello e il primo Papa venuto dall'Est esisterebbe un legame assai stretto?
"Certamente. Tra i due c'è tanta affinità, pur essendo vissuti in epoche assai lontane tra loro. Entrambi insegnano a pregare, ad amare Cristo, Dio, la Madonna ed i grandi santi della Chiesa. E nello stesso momento sono capaci di sentire cosa batte nei cuori di tutti noi. Parlano, tutti e due, dei bisogni generali, ma anche dei problemi dei singoli, senza dimenticarsi dei grandi problemi dell'umanità, la pace, la fratellanza, la condanna delle violenze e delle guerre. Per non parlare dell'ambiente, della natura. Se milioni di persone si muovono seguendo i loro insegnamenti un motivo ci sarà. Karol Wojtyla lo aveva capito benissimo. Non a caso da pontefice è stato ben sei volte in pellegrinaggio ad Assisi per pregare sulla tomba di Francesco, in nome del quale nel 1986 indisse la storica giornata di preghiera interreligiosa, uno dei grandi capolavori del suo pontificato".
Ha mai conosciuto personalmente papa Wojtyla?
"Purtroppo no. Pur avendo cantato nell'aula Paolo VI, in Vaticano, dove ho presentato la canzone "La vita è un dono" pensando proprio a lui, a Giovanni Paolo, al quale avrei voluto almeno stringere la mano. Ma non è stato possibile. Pazienza. In compenso lo porto sempre qui con me, grazie al ricordo dei suoi 27 anni di pontificato".
Cosa l'ha colpito di più del lungo pontificato di Giovanni Paolo II?
"Tante cose. Ma forse uno dei meriti più grandi che gli va riconosciuto è l'aver fatto diventare il papato una realtà vicina alla gente comune. A parte i viaggi e le udienze, quando lui era in mezzo alla gente era veramente uno di noi, un padre, un amico, un fratello sempre pronto ad ascoltare e ad essere d'esempio. Dava l'impressione di non presentarsi mai come il Pontefice, ma come Karol Wojtyla. La stessa cosa si può dire di San Francesco. Entrambi hanno costruito ponti, abbattuto muri, fatto brecce per creare dialoghi, vicinanze, amicizie, fratellanze, tra popoli e culture differenti, tra religioni diverse, mettendo sempre al primo posto la pace ed i disagi degli ultimi, dei poveri e degli ammalati".
Anche per questo tutti e due sono stati elevati agli onori degli altari?
"Anche per questi motivi, certamente, la Chiesa ha sancito la santificazione di Francesco e la beatificazione di Giovanni Paolo II".
Qualcuno, però, si è lamentato che la beatificazione di papa Wojtyla sia arrivata troppo in fretta. Condivide?
"Con questa beatificazione la Chiesa ha, semplicemente, compiuto un gesto molto forte nei confronti di una figura, il pontefice Wojtyla, che ha dato tanto al mondo intero, non solo ai cattolici. L'accelerazione del processo canonico non ha fatto altro che prendere atto di una realtà sentita non solo dalle alte gerarchie, ma da qualsiasi persona. E alla fine, la proclamazione di Giovanni Paolo II beato si è trasformata in una sorta di premio finale per la Chiesa e per chi era già morto santo, come dimostrarono i tanti striscioni con la scritta 'Santo Subito' esposti sei anni fa ai funerali in piazza San Pietro. Un evento a cui parteciparono milioni di persone giunte a Roma, ma seguito da miliardi di telespettatori. Quel giorno il mondo - come le stesse immagini televisive dimostrarono - rimase congelato di fronte alla bara di Giovanni Paolo II, davanti al quale si fermarono in preghiera o semplicemente in silenzio sia i grandi della terra che la gente comune, tutti uniti da una sola grande certezza che non si trattava di un addio, di un commiato, ma solo di un arrivederci".
Se Giovanni Paolo II ha pregato ad Assisi sei volte, per Renato Zero il prossimo 15 giugno sarà la terza volta. Non poco...
"Sì, è il terzo concerto che farò presso il Sacro Convento. Cosa dire? Quando vengo 'convocato' dai frati conventuali francescani non posso proprio dire di no. Io vado sempre volentieri ad Assisi non solo come artista, ma principalmente come uomo e come fedele. E' come tornare alla mia fonte originaria dove rigenero il mio spirito, l'animo e la mente. E' un tornare alle mie radici che mi fa stare tanto bene, non solo per la splendida ospitalità dei frati".
In sintesi, cosa prova quando si trova al cospetto di San Francesco?
"Mi ricarico, ritempro lo spirito e l'anima, ma anche le mie radici perché, essendo marchigiano, da piccolo ho sempre respirato l'aria di Assisi, specialmente quando mi recavo dal mio zio prete, don Pietro Fiacchini, fratello di mio padre. Come mi accadeva ieri, anche oggi vi respiro un'aria unica di fede, di pace, di serenità. Mi ritornano alla mente sempre i suoni ed i ritmi di quelle splendide liturgie che appresi da mio zio e che poi nel corso della mia fanciullezza ho messo in pratica anche da chierichetto servendo messa o dando una mano alla preparazione delle ostie. Non meno importante anche il recupero del valore della famiglia, dello stare insieme a pranzo, del lavoro nei campi, sempre contrassegnato dai ritmi delle preghiere nella sequela francescana fatta di silenzi, meditazioni, aiuto reciproco, rispetto delle cose quotidiane come il cibo, l'acqua, il focolare. E' tutto un mondo che ritrovo intatto qui ad Assisi ogni volta che ci ritorno, anche a tanti anni di distanza".
Ma oggi ritornare al Sacro Convento significa anche solidarietà e aiuto alle popolazioni africane.
"E' vero. L'Africa e tutte le altre popolazioni più svantaggiate che i frati aiutano con queste iniziative, fanno parte di quel mondo di fratellanza di cui Francesco ci parla ogni giorno. E' doveroso aiutarle, non per fare elemosina, ma per un elementare spirito di giustizia, perché se un grande paese come l'Africa è in difficoltà la colpa è anche dell'Occidente, dei nostri modelli di vita che, sciaguratamente, per anni ed anni abbiamo cercato di imporre a popolazioni che, al contrario, hanno tanto da insegnarci, a partire dal rapporto con la natura. Cantare per l'Africa, quindi, non è solo un piacevole momento artistico, ma una doverosa scelta di campo che, io e gli altri colleghi invitati dai frati, faremo sulle onde delle note. E poi, sentirsi, almeno per un giorno, di far parte della grande famiglia francescana ti riempie di gioia e di senso. Per questo, ogni volta che i frati mi chiameranno, io risponderò con entusiasmo. Bisogna andare da Francesco, non limitarsi a guardarlo da lontano o a osservare il cancello che simbolicamente divide il sacro Convento dal mondo esterno. Io l'ho guardato, quel cancello, e l'ho scavalcato felicemente".
Maestro, lo confessi: il Renato Zero di oggi, dal punto di vista artistico, è piuttosto diverso da quello di ieri. Nel corso degli anni lei sembra che abbia subito una metamorfosi che lo ha portato gradatamente ad allontanarsi dai primari modelli presi dalle storie di tutti i giorni fatte di scelte esagerate, disperazioni, ricerca disperata di felicità.
"La vita ti forgia, ti plasma, a volte ti cambia, pur restando sempre sé stessi. E' quello che capita a me, ma penso a qualsiasi altra persona. Specialmente nei momenti del distacco, della morte dei genitori, di un familiare, di un amico (Renato Zero non lo dice ma ha un fremito di commozione pensando alla prematura morte di una delle sue amiche più care, la show girl Stefania Rotolo - ndr). La vita ti cambia così, con le prove, con le fatiche; ti responsabilizza quando mai te lo aspetti. Ti apre nuovi scenari, ti offre nuovi interessi, nuove sfide. Lo dico dopo aver tagliato il traguardo dei 60 anni, per me non un punto di arrivo, ma una nuova partenza con cui metto nuovamente in gioco la mia vita di artista allargando il mio raggio di azione con un nuovo pubblico che va ad affiancarsi ai miei fedelissimi fan dove trovo sempre con piacere persone di tutte le età, gente matura, giovani e giovanissimi. E' con loro che condividerò sempre il mio cammino, seguendo strade nuove, rifugiandomi - quando è necessario - anche nei ricordi, nelle pause rigeneratrici. Non meno importante il contatto con gli artisti che amano la mia musica, le mie canzoni, come i tanti colleghi - da Andrea Bocelli a Lucio Dalla, dagli Avion Travel a Gigi D'Alessio, Mariella Nava, Al Bano, Cecilia Gasdia - presenti nel mio dvd 'Sei Zero' dedicato al mio repertorio. Anche questo un modo nuovo di essere artisti e di rapportarsi con gli altri. Un modo nuovo che vivo in perfetta sintonia anche con la mia attenzione verso le persone comuni, i bisognosi, i giovani per i quali sarò sempre a disposizione con l'aiuto e l'esempio di figure irrinunciabili come San Francesco d'Assisi e il neo beato Giovanni Paolo II".
da la Repubblica.it del 15 giugno 2011 © RIPRODUZIONE RISERVATA


