L'IMPEGNO DELLE FORZE ARMATE ITALIANE
La missione "Quattro stelle "in Uganda
Dove i medici-soldati aiutano (e imparano)
In quindici giorni hanno cambiato il clima del Saint Joseph Hospital di Kitgum i 20 militari dell'Esercito, Marina, Aernautica e Carabinieri tra medici, chirurghi, anestesisti, tecnici di laboratorio, infermieri e strumentisti e a due chirurghi volontari non militari. Hanno insegnato nuove tecniche, ma anche appreso come intervenire in condizioni ben poco tecnologiche
dal nostro inviato ALESSANDRA BADUEL
KITGUM - "Operations: 102. Sanitary supplies: 10 tons. More of all, the improvement of competence for the whole hospital personnel". Il dottor Lawrence Ojom è al suo tavolo, al Saint Joseph Hospital di Kitgum. Dalla finestra vede il piazzale pieno di sole, la passerella coperta verso i reparti. Sta scrivendo alla Cooperazione italiana. Elenca: il miglioramento delle competenze per le 60 persone che compongono il personale dell'ospedale, 102 interventi chirurgici, 200 endoscopie, centinaia di visite ginecologiche ed ecografie, altrettanti prelievi di sangue con relative analisi. E le 10 tonnellate di materiale ricevute.
I casi. I medici militari italiani sono appena partiti verso l'aeroporto con le macchine dell'Avsi, l'Ong che in quell'ospedale del nord dell'Uganda lavora da anni. In due settimane, quei venti uomini e due donne hanno fatto molto. Il dottor Lawrence vorrebbe scrivere nel rapporto che l'anziana Betty, 51 anni ormai, ora respira e mangia, il suo gozzo tiroideo è stato operato e lei ha anche risparmiato i soldi che le chiedeva lo stregone del villaggio per farla "guarire" con un sacrificio di galline. A 27 anni, Jane ha partorito in sicurezza le gemelle Alice e Irene, sane e forti. Un'altra donna è stata salvata da un tumore al seno. Irene Aneno, studentessa ventenne del laboratorio analisi, ha imparato a colorare i vetrini. In sala operatoria, ora conoscono nuovi modi di preparare gli strumenti, di sterilizzare.
Due settimane. Quindici giorni di missione militare italiana hanno cambiato il clima del Saint Joseph e ora, in qualità di direttore, il dottor Lawrence sta scrivendo una lunga lettera all'Italia che si può riassumere tutta in quella domanda: "Quando tornano?". In aereo, i 20 militari di tutte e quattro le Forze armate, medici, chirurghi, anestesisti, tecnici di laboratorio, infermieri e strumentisti, oltre a due chirurghi volontari non militari, ripensano al senso del lavoro fatto a Kitgum: hanno insegnato nuove tecniche, ma anche imparato a intervenire in condizioni ben poco tecnologiche, ritrovando l'uso di ogni capacità clinica per curare e aiutare il maggior numero possibile di persone.
Per la prima volta tutti assieme. Fondato cinquant'anni fa e gestito dall'Ong Avsi assieme al personale ugandese, con questa missione l'ospedale è stato teatro di due "prime volte": esercito, marina, aeronautica e carabinieri non avevano mai operato tutte insieme in una missione umanitaria, né con un'ong radicata nel territorio, che dal 1984 è lì dove ora si combattono la povertà e le malattie, ma fino a poco tempo fa si combattevano gli effetti della guerra civile con i ribelli della Lord Resistance Army. Un vantaggio notevole perché i pochi giorni di missione, fra fine novembre e l'inizio di dicembre, sono stati sfruttati al massimo: l'Avsi ha convogliato in ospedale i casi più gravi dei quali, lavorando in maniera capillare sul territorio, era a conoscenza. Mentre ognuna delle 102 operazioni fatte è servita per insegnare al personale dell'ospedale nuovi metodi d'intervento.
Un lavoro utile. "E' la prima volta che capisco quanto sia utile il mio lavoro". Il maresciallo capo dell'esercito Stanislao Tranquillo, 36 anni e undici missioni all'estero inclusa questa, è strumentista di sala operatoria. "Ho trovato in uso delle tecniche non scorrette, ma antiche. Gli strumenti venivano preparati al mattino per l'intera giornata, sul 'tavolo madre', per poi essere via via selezionati per il 'tavolo servitore' a seconda dell'intervento. Non si fa più così. Prima di tutto, ho insegnato agli strumentisti cosa serve per ogni tipo d'intervento, dall'ernioplastica alla tiroidectomia o l'appendicectomia. Di conseguenza, adesso sanno preparare i kit sterili, dei sacchetti che contengono il necessario per ogni singola operazione, da tirare fuori volta per volta e preparare sul 'tavolo servitore'. Poi li ho preparati sul concetto di sterilità. Usavano materiale di vestizione in tessuto e un metodo di lavaggio delle mani antiquato, con la saponetta. Ora sanno usare le spugnette speciali, i camici monouso e i teli operatori che abbiamo portato".
Le testimonianze. L'utilità è la stessa cosa che ha sentito il tenente medico chirurgo dell'aeronautica Daniele Pichelli, 32 anni e prima missione all'estero: "Straordinaria. Anche solo condividere la vita quotidiana con i locali è una crescita. E se penso a quante infezioni post operatorie si eviteranno d'ora in poi, ho la gioia di sentire che c'è un bisogno e che siamo utili. Non perché in Italia il mio lavoro non serva, ma certo qui acquista un altro significato". Ognuno, nel suo settore, ha compiuto lo stesso esercizio del maresciallo Tranquillo: in laboratorio, il tenente colonnello dell'aeronautica Marco Lastilla, 45 anni, è tornato alla lavorazione dei campioni senza ausilio meccanico, insegnando a preparare e colorare i vetrini, mentre il colonnello dell'esercito Pietro Dacquino, 54 anni, anestesista, ha messo da parte il vecchio macchinario per l'etere trovato a Kitgum e ha insegnato ai colleghi dell'ospedale a usare l'anestesia venosa.
"Solo trenta chili, non l'ho potuta operare". Il professor Piero Narilli, 61 anni, chirurgo della Nuova Itor e docente della Sapienza, è preoccupato. Ha operato ogni giorno, assieme al colonnello chirurgo ginecologo Fabio Vicerè, al tenente Pichelli, al capo missione colonnello Sergio Fulvio - al personale di Kitgum, portato al tavolo operatorio per imparare. "Quella donna - dice Narilli a Fulvio - in passato è stata operata male all'intestino, non assimila nulla. Se l'avessimo operata di nuovo, sarebbe morta. Non posso pensarci, adesso ha comunque poche possibilità di sopravvivere, ma noi non potevamo intervenire". Alla sua quarta missione umanitaria con i militari - "un onore per me come civile" - Narilli sa fare i conti con certe sconfitte. E mettere avanti, ancora prima dell'aiuto dato, quello ricevuto: "Con i pochi mezzi che ci sono in un ospedale come quello di Kitgum, ottimo da molti punti di vista ma ben poco dotato di strumenti, la diagnosi è a tuo carico, come da noi in passato. Ti devi basare su te stesso, non sulle macchine: impari di nuovo a guardare il paziente come persona".
La telemedicina. Perlomeno, però, ora all'ospedale di Kitgum hanno tutti ricevuto una serie di lezioni su come si riconosce il tumore mammario. E le donne sopra i 35 anni sono state visitate. "L'Avsi ha organizzato una campagna via radio - spiega Narilli - sono arrivate in tante. Ora, potremo seguirli dall'Italia, magari con la telemedicina. Ma bisognerebbe davvero tornare, poi". Il capo missione è d'accordo. A 53 anni, oltre a essere stato all'estero più volte, Fulvio ha partecipato a quattro missioni umanitarie in Mali ed è fra i responsabili della divisione medica del Comando operativo interforze al ministero della Difesa. "Speriamo di riuscirci, è stato utile per tutti. Per la formazione di 60 persone del Saint Joseph, che era l'obiettivo primario, ma anche per i nostri, che riscoprono la lezione di curare il paziente, di usare la clinica, il contatto".
Una macchina però c'è. È l'elettrocardiografo aggiustato dal luogotenente Pasquale Squeglia, 54 anni, infermiere professionale dell'aeronautica, che in Italia insegna primo soccorso cardiologico, defibrillazione, soccorso ai traumatizzati, gestione delle maxi emergenze. "Ho svolto un doppio ruolo, di infermiere di cardiologia e di logistica. Ci mancava un cardiologo, mi sono dato da fare in sala operatoria, a medicina generale, dove serviva. E qui servirebbe di tutto, ci vorrebbero dieci aerei, non uno. Comunque, ho aggiustato la macchina che c'era. Ora servirebbe un tecnico per usarla". Quelle dieci tonnellate di medicine e materiali, ci tengono tutti a dire da dove provengono: portate con il supporto dei mezzi Alenia, donate dal Celio, dallo Stabilimento chimico farmaceutico militare, dall'industria farmaceutica Tre Emme che da sola ha mandato oltre 100 casse di supporti monouso sterili. Il Saint Joseph sta usando tutto. Cosa spera il dottor Lawrence, una volta finite le casse, è inutile dirlo.
da la Repubblica.it del 15 dicembre 2010 © RIPRODUZIONE RISERVATA


